Contenimento Covid 19 / Il modello di Taiwan

Abbiamo dedicato una serie di articoli alle diverse pratiche di contenimento del COVID 19 adottate da vari paesi; uno dei modelli virtuosi da segnalare e purtroppo ad oggi poco conosciuto è quello in atto a Taiwan.

La sua scarsa diffusione poggia su due ragioni di natura politica: Taiwan non fa parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, ed il paese è nel raggio di interesse (e controllo) della Cina la quale rivendica ancora la sovranità sul territorio dell'isola e ne filtra i contatti con l'esterno.

Il lockdown totale cinese prima e poi quello italiano – di fatto il primo nel mondo occidentale – sono sembrati inizialmente i metodi più efficaci di contenimento dell'epidemia. Ma accanto alla Corea del Sud oggi i risultati più incoraggianti sono anche quelli ottenuti dal governo di Taiwan.

Iniziamo col ricordare che Taiwan è un piccola nazione insulare che conta poco più di 23 milioni di abitanti. Al 14 marzo erano ufficialmente registrati 393 casi di contagio totali, 123 ricoveri e 6 decessi da Covid 19.

L'esperienza dell'epidemia della Sars del 2003 ha permesso ai cittadini e alle istituzioni di Taiwan di reagire fermamente al manifestarsi del Covid-19: all'epoca furono messe in quarantena 150mila persone con 181 morti (su una popolazione di 22 milioni di abitanti). Oggi già alla fine di gennaio, tutti i cittadini indossavano spontaneamente mascherine per arginare i contagi.

Altri punti di forza del 'modello Taiwan' sono però riassunti in un assetto strutturale e sociale del paese:
- la sanità è pubblica e tra le migliori al mondo. Al primo diffondesi dell'epidemia (alla vigilia del Capodanno cinese) le autorità sanitarie hanno agito immediatamente, mentre altri paesi asiatici prendevano tempo: furono subito chiuse le frontiere ai viaggiatori cinesi (non solo quelli di Hubei) provenienti da province considerate a rischio.
- Venne subito disposta una rigidissima quarantena, con pene severe in caso di violazioni.
- Fu aumentata la produzione domestica di mascherine.
- Furono attivati massicci interventi di sanificazione dei locali pubblici.
- Si iniziò subito ad effettuare il maggior numero di test nel minor tempo possibile (su pazienti asintomatici e sintomatici inclusi quelli con polmoniti anomale).
- Pene severe per chi diffondeva notizie false sulla diffusione del virus.

Anche l'economia nazionale è stato contesto su cui Taiwan ha creato un vantaggio tattico: il divieto immediato di esportazione di ogni genere di mascherine per tutta la durata dell'emergenza ha permesso di soddisfare il fabbisogno interno. Oggi Taiwan fornisce addirittura paesi esteri, con una donazione di 10 milioni di pezzi che conta tra i tanti stati beneficiari anche l'Italia.

Oggi superata la crisi iniziale, la presidente della Repubblica, Tsai Ing-wen, ha annunciato: «Possiamo aiutare altri paesi ed è quello che faremo. Stiamo inviando materiale sanitario per fronteggiare la pandemia ma l'esclusione dall'Oms ci impedisce di contribuire a livello globale».

Pochi giorni fa, dalle colonne del New York Times, la giornalista Hannah Beech nel suo articolo apriva con queste parole un'interessante analisi: “Singapore, Taiwan and Hong Kong  propongono strategie efficaci, almeno fin ora, di contrasto alla pandemia. Ma la questione è che le tattiche da loro assunte non sono in grado di essere replicate dagli USA né dall'Europa.” La questione relativa alla gestione della privacy, la disciplina sociale, il rapporto con le autorità, le abitudini relazionali sono fattori culturali e politici che disegnano oggi uno scenario ben più complesso determinante per la salute di un paese e della sua popolazione.

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